14/09/2026
Dopo la finale persa al tie-break contro la Turchia, Julio Velasco ha detto qualcosa che vale molto oltre la pallavolo.
Abbiamo la tendenza a giudicare tutto dal risultato.
Se vinci, hai fatto bene. Sei bravo. Sei il migliore.
Se perdi, hai sbagliato. Sei un asino. Sei un incapace.
Ma non funziona così.
Si può giocare una grande partita e perdere.
E si può giocare male e, qualche volta, vincere.
Velasco parla di una vera e propria “ossessione per il verdetto”, che impedisce di valutare la prestazione, la crescita, la qualità del lavoro svolto.
Perché il mercato emette continuamente verdetti.
Ogni giorno, ogni mese, ogni anno ci dice:
+2%.
−3%.
+15%.
−20%.
E noi trasformiamo quei numeri in giudizi:
Ho guadagnato → avevo ragione (sono bravo, sono il migliore).
Ho perso → avevo torto (sono uno scarpone, sono un incapace).
Eppure possiamo prendere una buona decisione e ottenere un risultato negativo.
Così come possiamo prendere una pessima decisione ed essere, almeno temporaneamente, premiati dal mercato.
Il risultato conta. Eccome se conta.
Ma non può essere l’unico criterio con cui giudichiamo la qualità di una decisione.
• Conta come è stata presa.
• Se era coerente con i nostri obiettivi.
• Soprattutto se apparteneva a un processo.
Una sconfitta può mostrarci cosa correggere senza cancellare il valore di un intero percorso.
Nello sport come negli investimenti.
Il rendimento resta l’obiettivo.
Per questo non è possibile costruire un processo che garantisca di avere sempre ragione.
Su può costruirne uno che permetta di attraversare anche le volte in cui avremo torto.
Non costruiamo previsioni.
Costruiamo condizioni.